C’è un oggetto, nella storia dell’umanità, piccolo ma decisivo, modesto ma risolutivo, che meriterebbe più rispetto di quanto ne riceva: la cabina.
Gli esseri umani passano una parte sorprendente della loro esistenza entrando e uscendo da minuscoli spazi rettangolari nei quali, puntualmente, succede qualcosa. Ci si lava, ci si veste, ci si spoglia, ci si pente, ci si abbronza, ci si ripara, ci si trasforma. A pensarci bene, la civiltà moderna è una lunga sequenza di cabine.
La cabina doccia è probabilmente la più frequentata: vi si entra stropicciati, nervosi, reduci da una notte insonne o da una giornata micidiale, e se ne esce con l’illusione di aver rimesso in ordine l’universo. La cabina armadio, invece, è il regno della possibilità: non contiene solo abiti, ma vite alternative. Dentro una cabina armadio si può essere manager severissima alle 8, bohémien alle 19, minimalista il lunedì e animalier il sabato sera.
Un luogo di profonda trasformazione
Poi c’è la cabina telefonica, gloriosa reliquia urbana. Oggi sembra un oggetto romantico, quasi steampunk, ma per decenni è stata il luogo in cui si litigava, si annunciavano ritardi, si chiedevano aiuti, si componevano numeri a memoria. E soprattutto, diciamolo, è stata il più straordinario camerino della cultura pop: bastavano una porta, un attimo di privacy e Clark Kent vi entrava impiegato e ne usciva Superman. Nessuno spazio, più di una cabina, ha saputo promettere una trasformazione così rapida e spettacolare.
Altre cabine, meno eroiche ma ugualmente memorabili, accompagnano i riti collettivi. La cabina per cambiarsi al mare è una palestra di equilibrio, sabbia e dignità: ci si entra con costume bagnato, asciugamano ribelle e speranza, e se ne esce già un po’ provati ma civili. La cabina per la doccia abbronzante racconta invece un’altra epoca, quella in cui si entrava pallidi e si sperava di uscirne come reduci da una settimana ai tropici.
Può pettinare o spettinare…
Esistono poi cabine imprevedibili, come quella sperimentata da molti in un museo di Barcellona, dove si entra per provare la sensazione di un uragano: prova definitiva del fatto che gli umani non si limitano a costruire cabine per proteggersi dal mondo, ma anche per farsi spettinare da esso in sicurezza, oppure la cabina per asciugare i capelli in modo simil-naturale, vista recentemente alla fiera Cosmoprof di Bologna.
Infine, nell’atlante delle cabine, trovano posto quelle meno poetiche ma indispensabili: la cabina del wc chimico ai concerti, frontiera estrema della sopravvivenza civile, la cabina confessionale, dove da secoli l’umanità entra piena di colpe e spera di uscirne un po’ più leggera, o la cabina elettorale, straordinario strumento di democrazia. Poi c’è la cabina della nave che può essere un’oasi di relax in caso di crociera su uno yacht di lusso, oppure una spartana cuccetta con un minimo di privacy per un trasferimento in traghetto, dal punto A al punto B.
Forse il fascino della cabina sta tutto qui: è un posto minuscolo in cui accadono cose enormi. Non sarà grande come una casa, ma in pochi metri quadrati riesce a contenere pudore, vanità, igiene, nostalgia, fede, emergenza, wellness, futuro, speranza e perfino superpoteri.








